L’atelier della scultura

Tratto dal Bonaveri Magazine - nel terzo articolo della serie la giornalista Caterina Lunghi parla con lo scultore Marco e Guido Bonaveri

Nell’articolo che segue, apriamo le porte del nostro atelier di scultura, raccontando l’aspetto artistico e artigianale dietro le nostre creazioni

Caterina Lunghi | 21 April 2020

Luogo fisico ma anche metaforico per il manichino, la Vetrina è l’universo dentro cui il manichino vive, si relaziona con gli abiti, con gli arredi, con la luce, con altri manichini, con il pubblico.

Rappresenta il luogo-non luogo dove i fashion designer proiettano sul mondo la propria visione di stile. Protagonisti di questi racconti di stile sono da sempre i manichini. In passato proiezione speculare dell’essere umano, di cui riproducevano solo le fattezze, oggi più spesso sono la sublimazione della realtà.

Manichini come simboli ma anche oggetti per comunicare. Protagonisti assoluti delle arti figurative, tramite imprescindibile per la moda quando deve raccontarsi: nei negozi così come sotto le volte dei musei dove viene messo in mostra l’evolversi di stili e stilisti.

Ma c’è un mondo anteriore, che precede e determina ciò che poi appare al pubblico.

Questo luogo delle premesse è l’atelier di scultura Bonaveri. Un epicentro di saper fare nel quale le idee prendono forma, i desideri si fanno materia, gli stili trovano linea.

La storia della Bonaveri rappresenta uno di quegli esempi del Made in Italy dove nell’espressione non si deve leggere solo un’etichetta di comodo, ma l’essenza dell’heritage italiano: passione e arte, artigianalità e originalità legate al territorio e da esso indissolubili. I manichini prendono vita, non sono più condannati all’immobilità, come diceva de Chirico, perché realmente in grado di dare vita a emozioni nella mente e nel cuore di chi viene con loro in contatto.

Il manichino, nascendo come una vera e propria scultura, ha in sé il Dna del manufatto artistico. E come tutte le forme d’arte riflette tempi e cambiamenti storici. Se si osservano le collezioni realizzate a partire dagli anni cinquanta se ne ha la conferma.

Andiamo quindi alla radice di questa storia, entrando nell’atelier di scultura che si trova baricentrico rispetto alla grande fabbrica: tra la sartoria e lo studio fotografico.

Poco oltre troviamo una galleria popolata da miniature: piccole figure in argilla che preludono alla creazione dei manichini veri e propri.

La miniatura infatti non è la riduzione di proporzioni di un’opera maggiore, ma piuttosto il primo momento della creazione, rappresentando un metodo per esplorare idee, modellare visioni, definire atteggiamenti.

Nel piccolo vivono infatti in nuce le molte possibili inclinazioni e nature che trovano poi piena espressione nel manichino modellato a grandezza naturale.

Un primo approccio per comprendere il lavoro attraverso cui Bonaveri indaga i confini della forma, l’estetica della figura.

Da questo ambiente – avvolto magicamente da una penombra che ne amplifica la suggestione – accediamo all’atelier vero e proprio.

La storia della Bonaveri è espressione dell’Heritage italiano, fatto di passione, arte, artigianalità e originalità.

Secchi di creta, stecche e mirette, spatole, strumenti… lo scultore Marco Furlani è al lavoro. Sta dando forma al nuovo modello per la collezione Obsession, Attorno a lui troviamo una congerie di modelli di argilla cruda e cotta, bozzetti e una parete coperta di immagini raffiguranti modelle in posa plastica. Nella stessa sala altri scultori lavorano a preparare o finalizzare figure in bilico tra astrazione e realismo.

Come tutte le mattine, Guido Bonaveri, alla guida dell’azienda insieme al fratello Andrea, e direttore tecnico della produzione, entra in sala scultura. Anche in lui è palpabile la sua grande passione per l’arte.

Marco Furlani è di Trento, ha 36 anni e lavora da Bonaveri da oltre 10 anni.

Dice di essere figlio della scultura, ha studiato scultura all’Accademia delle Belle Arti di Bologna e già da studente ha cominicato a lavorare in questo atelier.

Ha inizio quindi una piacevole chiacchierata con entrambi.

Marco at work in the Bonaveri sculpting atelier

In questo luogo ritroviamo tutti i significati che legano la vostra storia al vostro presente

Guido Bonaveri – L’atelier di scultura era il cuore dell’attività già di mio papà Romano. La vecchia storia che raccontava sempre lui è che nel dopoguerra, quando aveva poco più di 20 anni, non sapeva cosa fare della sua vita e l’idea di realizzare busti e manichini è nata parlando con un sarto. Questo gli riferì che i busti con i quali confezionava gli abiti erano realizzati con la carta pesta, lo steso materiale utilizzato per i carri mascherati. Mio padre, in quel periodo, faceva i carri di carnevale e fu in quel momento che ebbe l’idea di impiegare il suo talento personale per farne una professione e iniziare un’attività. Ed eccoci qui!

Essere interprete di questa tradizione deve essere una grande responsabilità…

Guido Bonaveri – Vede, delle molte strade che capita di poter imboccare nella vita, a me è toccata in sorte quella di fare manichini. Il caso mi ha fatto nascere in una famiglia che al manichino ha dedicato tutta la propria vita, personale e professionale, ma non per caso mi trovo oggi a ragionare di silhouettes e di belle figure.

Ero poco più che ragazzo quando ho scelto di seguire il desiderio di confrontarmi con la forma, con la scultura, col disegno. Con tutto quanto si riflette nel concetto di bellezza e linearità. Una strada imboccata per caso, ma percorsa con passione e ragionata volontà. Anche con fatica, con la forza del dubbio a misurare ogni scelta.

Se oggi posso applicare una sensibilità artistica al mio mestiere, lo devo ai molti passi fatti assecondando l’istinto e il desiderio di coltivare il bello, di inseguire la proporzione perfetta.

Se il caso mi ha quindi portato in questo mestiere, passione e volontà mi hanno accompagnato per tutta la vita, animato dal desiderio di fare del manichino una forma d’arte.

E qui possiamo davvero comprendere le fondamenta artistiche dei manichini, come nascono e il processo creativo che sta alla base.

Marco – Scelto l’atteggiamento del manichino, ne studiamo l’estetica realizzando una miniatura e poi, se soddisfatti, la riportiamo a dimensioni reali partendo da un telaio di metallo che diventerà lo scheletro della scultura. Ovviamente dovrà già avere l’atteggiamento del manichino finito. Si inizia ricoprendolo con l’argilla, fino ad arrivare ad un’immagine tridimensionale perfetta e levigata. Si procede con la realizzazione del primo stampo applicando sulla scultura di argilla alcuni strati di impasto di gesso. Una volta essiccato, si apre lo stampo in gesso, dentro il quale si farà la prima stampata in resina che servirà per realizzare il masterpiece. Lo step successivo è produrre lo stampo che sarà impiegato per la produzione industriale.

Quali sono i materiali con cui lavorate?

Marco – Prevalentemente utilizziamo la terra creta / argilla. Poi gesso, resina, stucco ecc. Si potrebbero utilizzare anche altri materiali ma la creta è la base della scultura classica e permette di avere una maggiore sensibilità nel modellare le forme e soprattutto i visi.

Guido Bonaveri – La creta che usiamo in scultura è la stessa che mio padre Romano andava a prendere sul greto del fiume Reno, un fiume di Bologna che attraversa queste terre e che ha dato il nome a diversi paesi della zona. Ecco perché il nome Renazzo, dove si trova la nostra sede, o di altri paesi vicini come  Reno Centese, Corporeno, Casalecchio di Reno…

Come è organizzato il lavoro all’interno dell’atelier?

Marco – Siamo in 4, io e altre 3 ragazze molto capaci. Anche loro creano nuovi modelli ma utilizzando una tecnica differente. Non partono dalla creta ma da manichini in resina o in plastica già esistenti. In base alle richieste dei clienti, ne modificano la taglia, l’estetica del volto, l’atteggiamento del corpo e realizzano così nuovi prototipi “bespoke”.

Marco mi mostra l’immagine di ispirazione da cui è partito per strutturare la figura che vedo in argilla davanti a me?

Partiamo da un moodboard, Alcune pose sono più ispirazionali e drammatiche, ad effetto, mentre altre più facili da interpretare. 

In questo caso il moodboard preparato da Emma Davidge è molto dettagliato e ci consente di procedere con grande precisione. Partendo da questo, lavoriamo sull’archivio di immagini, selezionando insieme quegli atteggiamenti del corpo, quelle forme e tratti che permettono di delineare l’estetica del manichino.

Il cliente magari chiede una taglia diversa, una fisicità, un volto, più femminilità o mascolinità. Come si procede a interpretare queste richieste?

Marco: Un manichino personalizzato deve essere capace di esprimere l’identità del brand e rispettare nelle forme, nell’atteggiamento e nell’estetica la sua immagine. Prima di iniziare un lavoro si esegue uno studio attento dell’universo del cliente, guardando le vetrine, il prodotto, come comunica e ciò che vuole trasmettere. Si cerca di entrare in simbiosi poiché ciò che andremo a realizzare deve essere creato “su misura”, esattamente come un sarto farebbe con un abito. Non basta che sia bello o ben fatto ma deve essere anche “il giusto prodotto” per quel brand, affinché il cliente possa ritrovare la sua immagine.  

Il viso in questa collezione è sempre lo stesso, mentre in altre il volto può essere leggermente diverso. Da cosa dipende?

Marco: Alle volte è una scelta estetica legata al concept della collezione come per Tribe per esempio, dove ogni manichino doveva avere la propria identità. Altre volte è un po’ frutto della casualità, come per Obsession. Quando abbiamo realizzato la prima figura ci siamo innamorati subito del viso. Non abbiamo avuto dubbi poiché nell’originalità di quel volto era presente il DNA della collezione Schläppi degli anni ’60 che volevamo conservare in Obsession. Lo guardavamo ed eravamo “Obsessed”, così abbiamo deciso di utilizzarlo su tutte le pose.

Ci racconti qualche aneddoto del tuo lavoro? Un ricordo di progetti che ti hanno dato particolare soddisfazione.

Marco: Mi ricordo i manichini di un progetto vetrina creato da Emma Davidge per Louis Vuitton il cui tema era il circo. Realizzai figure con gli atteggiamenti di trapezisti sospesi. I tempi erano strettissimi  ma il risultato fu sorprendente.

Tuttavia ebbi la più grande soddisfazione quando feci il primo manichino articolato da donna per la mostra “Louis Vuitton – Marc Jacobs” al Louvre, sempre sotto la direzione artistica di Emma che aveva curato il concept creativo. Fu un lavoro molto  complesso, con delle deadline che non permettevano di sbagliare. Posso dire con orgoglio che il risultato fu impeccabile.

Guido, è una storia che lei e suo fratello avete portato all’apice della notorietà, oggi il vostro nome è conosciuto in tutto il mondo

Guido Bonaveri – Il nostro obiettivo non è mai stato di diventar famosi, ma di far bene il nostro lavoro. Quello che è capitato dopo è una conseguenza di un modo di intendere la vita e il mestiere. Siamo una famiglia, e ciascuno di noi contribuisce ad alimentare questa storia. Come ieri, dopo i miei genitori, siamo stati io e Andrea a portare la nostra energia e competenze, così domani saranno i nostri figli. Già da due anni mio figlio Alex è al mio fianco per portare la freschezza e la modernità della sua generazione ad alimentare il nostro lavoro. Perché l’eredità che abbiamo ricevuto non sia mai un capitale immobile, ma una risorsa per sviluppare nuove idee.

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